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Home - Come cambia il mondo!?! - Evidenza - Pechino 2008: La fine del silenzio?
 
Evidenza
Pechino 2008: La fine del silenzio?

Le Olimpiadi, ormai alle porte, rappresentano una sfida internazionale e ci si chiede se l'evento si rivelerà semplicemente una "parata dell'ipocrisia" o se invece contribuirà a far luce sulle stragi, come il massacro dimenticato di Piazza Tienanmen, e ad avviare una campagna in difesa dei diritti umani.
   di Agnese Chiatti

Sono trascorsi diciannove anni da quel lontano 4 Giugno 1989. Una data divenuta emblema di ribellione al totalitarismo, un ricorrenza che, ancora oggi, non smette di indignare i liberi pensatori di tutto il mondo. Cosa rimane della strage di piazza Tienanmen? Il silenzio. Ancora oggi, mentre la capitale cinese si appresta ad ospitare i Giochi Olimpici 2008, l'ammontare delle vittime della repressione è coperto dal segreto di Stato.
In vista delle Olimpiadi, le autorità si sono già mobilitate: i dissidenti più noti sono in carcere o agli arresti domiciliari. L'unica commemorazione tollerata dal regime- controvoglia - è il raduno delle "madri di Tienanmen" che, in occasione del tragico anniversario, si raccolgono presso il cimitero della capitale, dove sono sepolte alcune vittime. Sarebbe impensabile, infatti, proibire un omaggio che rientra nel millenario culto dei morti.
Nel clima di ipocrisia generale echeggia l'isolato appello di Wang Dang (uno dei leader della protesta dell'89, oggi esule negli Stati Uniti): "Le Olimpiadi - scrive Wang Dang - offrono una rara opportunità per ottenere il rilascio dei tanti dissidenti tuttora detenuti. E' ora che il Comitato olimpico internazionale, i governi stranieri, gli sponsor olimpici, gli atleti e gli sportivi del mondo intero facciano sentire la loro voce, chiedendo al governo cinese di rilasciare i prigionieri politici e di consentire agli esuli come me di tornare in patria".Come ricorda Wang Dang stesso, sino ad ora molti prigionieri politici sono stati utilizzati come "pedine di scambio": spesso la loro "simbolica" scarcerazione è stata fissata proprio in corrispondenza delle visite del Comitato Olimpico. In questo senso, le Olimpiadi potrebbero (o meglio dovrebbero) divenire il pretesto per rivendicare al governo cinese la garanzia di diritti umani considerati inalienabili nel resto del mondo.

Il teatro sanguinoso di Piazza Tienanmen si trasforma, in occasione dell'evento, in una "vetrina internazionale" adornata a dovere che è già stata utilizzata per la partenza della fiaccola olimpica e ospiterà la cerimonia di chiusura il 24 Agosto. L'intento è lapalissiano: le alte sfere vorrebbero sfruttare la manifestazione mondiale per restituire lustro ad un luogo pericolosamente vivo e ingombrante nelle coscienze di tutti. Colore, luci e spettacolarità: sono questi gli strumenti scelti per insabbiare la verità, annebbiare la memoria collettiva e celare sotto bella veste una realtà ancora impreparata a confrontarsi con i "canoni globali". 
Intanto, Wang Dang e gli altri dissidenti operano una lotta contro il tempo, volta a sfruttare una visibilità internazionale senza precedenti, ma altrettanto fugace. Mentre le autorità allestiscono un grande palcoscenico e ipotecano sugli innegabili benefici pubblicitari che ne deriveranno, c'è invece chi spera di mostrare al mondo proprio i retroscena più scomodi.

La trasparenza d'informazione è sgradita al governo cinese e la "politica del silenzio" ha regolato anche vicende più recenti: le stragi in Tibet o il terremoto del Sichuan. A Wufu, come in altre cittadini, i genitori protestano: il terribile sospetto è che le disastrose conseguenze del fenomeno sismico siano state amplificate dal risparmio sui materiali di costruzione degli edifici. E' un copione che si ripete identico in tutta l' area colpita, dove migliaia di bambini sono rimasti sotto le macerie. Spesso dai muri squarciati si intravedono le prove della fragilità: cemento così friabile che sembra gesso, fil di ferro al posto dei tondini d' acciaio. Da settimane i funerali di massa si sono trasformati cortei di protesta. Il regime, che all' inizio aveva superato la prova della calamità naturale grazie a una eccezionale mobilitazione dei soccorsi, si è poi sentito sotto processo. Di conseguenza l'esplosione mediatica cinese (che aveva prodotto reportage giornalistici e televisivi spregiudicati), come sempre, è stata reincanalata sulla base di direttive molto più restrittive.
Proprio il percorso accidentato della fiaccola olimpica ha dimostrato come la tensione permanga al di sotto della superficie: in Tibet il simbolo dei Giochi ha seguito un percorso blindato e la durata della traversata (tre giorni, secondo il progetto iniziale) è stata ridotta ad un giorno soltanto. Nonostante abbia dovuto adottare numerose misure anti-sommossa, il regime non ha voluto rinunciare alla tappa tibetana per ragioni di orgoglio.  

Le strategie del "coinvolgimento" e della partecipazione attiva sembrano quindi preferibili a quella del boicottaggio, in quanto soltanto seguendo il duplice binario del dialogo e delle pressioni impositive si può sperare di mutare una situazione sociale e politica che, ad oggi, è inaccettabile. Inoltre, lo sport e la politica sono due realtà distinte e anche per questo motivo sarebbe controproducente impedire agli atleti olimpici di coronare tanti sforzi e sacrifici e vanificare la loro grande occasione di confronto a livello mondiale. Tuttavia, come ha ribadito il Presidente Napolitano alla Cerimonia che si è svolta in Quirinale e ha aperto ufficialmente l'avventura sportiva italiana, si potrebbe sfruttare al meglio questa occasione, percepirne il "grande valore storico".

Proprio qui a Bologna sono già stati avviati progetti incoraggianti, che dimostrano come l'integrazione internazionale non sia soltanto pura utopia, bensì un percorso sostenibile. Ad esempio, le iniziative promosse dal Collegio di Cina (inserite nel lungimirante progetto della Ceur) consentono agli studenti cinesi di avviare, seppur lentamente e faticosamente, un processo di adattamento ad una realtà così differente dalla propria.

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